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Sindacato Europeo dei Lavoratori

a cura di Giuseppe Criseo

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Il nostro consulente europeo

Dr. Claudio Cattani

cattani

SPUNTI PER   UN’INTERPRETAZIONE  DI DIRITTO EUROPEO NEI CONTRATTI BANCARI

 

Nel variegato  complesso del diritto bancario nazionale  il diritto comunitario ha comunque  eretto presidii inespugnabili a tutela del contraente più debole   nei confronti del potere più forte.

Quelle regole di cui alla legge bancaria del 1932, a quella del 1938, fino a quei contratti disciplinati dal codice civile  del 1942 (il deposito bancario: artt.1834-1838, i servizi bancari delle cassette di sicurezza: artt.1839-1841, l’apertura di credito:artt.1842-1845, l’anticipazione bancaria:artt.1846-1851, le operazioni bancarie di conto corrente: artt.1852-1857,lo sconto bancario:artt.1852-1857) sono state oggetto di grande rivisitazione.

Ciò è avvenuto sia per effetto della cd. ricodificazione (di cui al  Nuovo Testo Bancario d.lgs.1° settembre 1993,n.385 ), sia per effetto della legge di recepimento della direttiva comunitaria n.93/13 sulle clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori, che ha forgiato il nuovo capo XIV – bis del Codice Civile agli artt.1469-bis, ter, quater, quinquies,sexies.

Il TUB  definiva il credito al consumo come “attività di concessione di credito, nell’esercizio di un’attività professionale o commerciale, sotto forma di dilazione di pagamento, finanziamento o di altra analoga facilitazione finanziaria, a favore di una persona fisica che agisce per scopi estranei all’attività professionale o imprenditoriale eventualmente svolta” ed individuava una serie di fattispecie in cui escludeva l’applicazione della disciplina del credito al consumo, tra i quali la somministrazione (art.1559 C.C.) ai finanziamenti rimborsabili in un’unica soluzione entro diciotto mesi, con il solo eventuale addebito di oneri non calcolati nella forma di interessi, contratti di locazione, purchè sia prevista la clausola che escluda la o possibilità che la proprietà della casa locata possa essere trasferita al locatario).

Lo stesso TUB imponeva precisi doveri informativi all’erogatore del credito nei riguardi del  consumatore in tutte le varie fasi del rapporto contrattuale, tra cui i contenuti imposti alla comunicazione pubblicitaria che dovevano  includere le informazioni relative al TAEG definito dall’art.122 Testo Unico Bancario come il costo totale del credito a carico del consumatore, comprensivo degli interessi e degli altri oneri  in capo al correntista per accedere al credito, espresso nella percentuale annua del credito concesso.

Ma poi l’Europa , a forza di legge (direttiva 0/48/CE) introduceva anche in Italia un diverso obiettivo della legge europea:quello di armonizzare massimamente gli Ordinamenti nazionali.

Scorrendo i “Considerando” della Direttiva predetta, si vede come la Comunità Europea abbia inteso dipanare il cono d’ombra lasciato dalla precedente  legislazione , stornando il rischio di frammentazione testuale al’interno degli ordinamenti nazionali, rimuovendo gli ostacoli frapposti alla strada  da imboccare per raggiungere il mercato unico del credito europeo:così il legislatore nazionale ha recepito tale direttiva con il d.lgs 141/2010 e relativa modifica ex d.lgs 169/2012 in punto enti e società cooperative, prevedendo:

sotto il profilo oggettivo la modifica dell’art.122 TUB relativamente ad una parziale modifica delle fattispecie escluse dall’ambito di  operatività del credito al consumo,

sotto il profilo soggettivo enucleando la figura dell’intermediario del credito ( inteso come operatore diverso dal finanziatore il quale, nell’esercizio della sua attività commerciale o professionale, assolva, a fronte di un compenso monetario o vantaggioso economicamente, a fornire proposte creditizie alla paltea dei consumatori, assistendoli nella conclusione dei contratti, ovvero stipulando con essi i contratti di credito in nome e/o per conto del finanziatore.

Ma è nella fase precontrattuale che il pensiero europeo modella  inconfondibilmente il nuovo tipo di contratto, perché enfatizza l’obbligo di informazione in favore del cliente, in modo da permettergli una più ampia considerazione dell’offerta garatendogli una scelta più oculata, imponendo agli operatori (finanziatore e intermediario) di illustrare compiutamente al cliente le caratteristiche dei prodotti proposti nonché gli effetti specifici che possono riversarsi sul consumatore, evitando che quest’ultimo incappi in un’operazione per lui troppo rischiosa e gravida di penose conseguenze.

Ed è ancora l’Europa (sentenza Corte di Giustizia UE, sez.IV, 12.07.2012,n.C-602/10) in una domanda di pronuncia pregiudiziale avanzata dall’ autorità giudiziaria di Romania, a stabilire come:

la direttiva 2008/48/CE debba essere interpretata nel senso che nulla osta a che una misura nazionale volta a trasporre tale direttiva nel diritto interno includa nella sua sfera di applicazione contratti di credito che abbiano ad oggetto la concessione di un credito garantito da un bene immobile, nonostante siffatti contratti siano espressamente esclusi nell’ambito di applicazione “ratione materiae” di detta direttiva, né che tale normativa del diritto interno definisca il proprio ambito di applicazione “ratione temporis” in modo tale che la misura si applichi anche a contratti di credito che erano in corso di svolgimento alla data di entrata in vigore della misura nazionale,

la direttiva preindicato al pari delle disposizioni del Trattato FUE in materia di libera prestazione dei servizi non ostano ad una disposizione di diritto nazionale che vieti agli istituti di credito di percepire talune commissioni bancarie o istituiscano obblighi non previsti da tale direttiva a carico degli istituti di credito per quanto riguarda i tipi di commissione che questi possono percepire nel contesto di contratti di credito al consumo rientranti nella sfera di applicazione di tale  misura, quando siffatti obblighi non siano previsti dalla direttiva comunitaria,

in materie controversie sui crediti al consumo, è legittima la norma di diritto interno che permetta ai consumatori di rivolgersi direttamente ad un’autorità di tutela dei consumatori, che può successivamente infliggere sanzioni agli istituti di credito per violazione di tale  misura nazionale, senza doversi preventivamente avvalere delle procedure di risoluzione stragiudiziale previste dalla normativa nazionale per siffatte controversie.

Ma è, più propriamente, sul piano giudiziale che il diritto comunitario riconosce giustizialmente le pretese del contraente più debole visto che:

nella sentenza  05-07-2012, C-49/11 ha sostenuto  la protezione dei consumatori in materia di contratti a distanza deve essere interpretata nel senso che l’art.87, paragrafo 1, della direttiva 87/7/CE, non soddisfa i requisiti da esso imposti una prassi commerciale che consista nel rendere accessibili le informazioni richieste dalla norma precitata solamente attraverso un collegamento ipertestuale ad un sito Internet dell’impresa interessata, dal  momento che  tali informazioni non sono né “fornite” da tale impresa, né “ricevute” dal consumatore come prescrive la suddetta disposizione, e che un sito Internet non può essere considerato un “supporto duraturo” aii sensi del medesimo articolo 5, paragrafo 1°.

Nella  sentenza Corte di Giustizia UE, Sez.II,15 maggio 2014, C-359/12,  ha sancito come:

l’articolo 32, paragrafo 2, del regolamento (CE), n.809/2004 della Commissione del 29 aprile 2004, recante modalità di esecuzione della direttiva 2003/71/CE, per quanto riguarda le informazioni contenute nei prospetti, l’inclusione delle informazioni mediante riferimento, in pubblicazione dei prospetti e la diffusione di messaggi pubblicitari, dev’essere interpretata nel senso che le informazioni richieste ai sensi del paragrafo 1 di tale articolo, le quali, sebbene ignote al momento della pubblicazione del prospetto di base, fossero invece note al momento della pubblicazione in un supplemento a tale prospetto, devono essere incluse in tale supplemento se tali informazioni costituiscono un fatto nuovo significativo, un errore o             un’ imprecisione sostanziale, tutti  atti ad influire sulla valutazione degli strumenti finanziari ai sensi dell’articolo 16, (paragrafo 1, della direttiva 2003/71/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 4 novembre 2003), relativa al prospetto da pubblicare per l’offerta pubblica o l’ammissione alla negoziazione di strumenti finanziari, circostanza che dev’essere valutata dal giudice del rinvio,

Non soddisfa i requisiti dell’articolo 22 del regolamento n.809/2004 la pubblicazione di un prospetto di base che non contenga le informazioni richieste ai sensi del paragrafo 1 di tale articolo, in particolare quello di cui all’allegato V del regolamento in esame, qualora tale pubblicazione non sia stata integrata dalla pubblicazione delle condizioni definitive.  Affinchè le informazioni che devono essere contenute nel prospetto di base, conformemente all’articolo 22, paragrafo 1, del regolamento n.809/2004, possano essere inserite nelle condizioni definitive, è necessario che il prospetto di base indichi le informazioni che saranno contenute in dette condizioni definitive, e che tali informazioni soddisfino  i requisiti previsti dall’articolo 22, paragrafo 4, del suddetto regolamento,

l’articolo 29, paragrafo 1, del regolamento n.809/2004 dev’essere interpretato nel senso che il requisito ai sensi del quale un prospetto dev’esere facilmente accessibile sul sito Internet su cui è messo a disposizione del pubblico non è soddisfatto , qualora sussista un obbligo di registrazione sui tale sito Internet, accompagnato da una clausola di esclusione della responsabilità e dall’obbligo di comunicare un indirizzo di posta elettronica, o qualora tale accesso elettronico sia a pagamento, o  ancora quando la consultazione gratuita di elementi del prospetto sia limitata a due documenti al mese,

l’articolo 14, paragrafo 2, lettera b) della direttiva 2003/71 dev’esere interpretato nel senso che il prospetto di base dev’essere messo a disposizione del pubblico sia nella sede legale dell’emittente sia presso glli uffici degli intermediari finanziari.

Tutto ciò porta alla conclusione che è all’interno dell’Ordinamento comunitario e non fuori dallo stesso che può rinvenirsi, come in effetti si rinviene, la norma che tutela ed afferma la posizione armonizzata ed armonizzante del principio europeo a tutela degli interessi del singolo appartenente allo Stato nazionale dell’Unione.

                         AVV.  CLAUDIO  CATTANI.

claudio cattani

09:22 (6 ore fa)

a Giuseppe

NOTA IN MARGINE ALLA  QUESTONE DI COSTITUZIONALITA ‘ DELLA LEGGE FORNERO

 

È di pochi giorni fa la rimessione alla Consulta da parte della Corte dei Conti Sezione Giurisdizionale  Liguria in relazione al ricorso di una pensionata che chiedeva all’INPS l’adeguamento del trattamento per gli anni 2012-2013,  a seguito della riforma del governo Monti che stabilisce “il blocco della perequazione automatica delle pensioni di importo superiore a tre volte il minimo INPS per gli anni 2012-2013.”.

La questione  involge la perdita del potere di acquisto in capo al pensionato che, a fronte del congelamento dell’assegno di quiescenza, vede aumentare il costo della vita, con proprio inevitabile  impoverimento.

Il problema non è nuovo: infatti il Tribunale di Palermo, Sez. Lavoro, con ordinanza del 6 novembre 2013, ha sollevato analoga questione alla Corte Costituzionale sulla base di queste considerazioni:la legge in rilievo violerebbe la Carta costituzionale sotto questi profili:

il principio di cui all’art.38, comma 2 Cost., dal momento che la mancata rivalutazione impedisce la conservazione nel tempo del valore della pensione, menomandone l’adeguatezza,

il principio di cui all’art.36, comma 1 Cost., atteso che la mancata rivalutazione viola il principio di proporzionalità tra pensione ( che costituisce il prolungamento in pensione della retribuzione goduto in costanza di lavoro) e retribuzione goduta durante l’attività lavorativa,

il principio derivante dal combinato disposto degli art. 36,38 e 3 Cost., perché la mancata rivalutazione, violando il principio di proporzionalità tra pensione e retribuzione e quello dell’adeguatezza della pensione previdenziale, altera il principio di eguaglianza e ragionevolezza, causando un’irrazionale discriminazione in danno delle categorie di pensionati,

il principio di universalità dell’imposizione di cui all’art.53 Cost., nonché quello di non discriminazione ai fini dell’imposizione, di ragionevolezza nell’esercizio del potere di imposizione e della parità di prelievo a parità di presupposto di imposta di cui al contributo disposto dagli art. 3,23 e 53 Cost., dal momento che, indipendentemente dal “nomen iuris” utilizzato, la misura adottata sii configura quale prestazione patrimoniale di natura sostanzialmente tributaria.

Invero la Corte di Giustizia ebbe già ad esaminare questione : perequazione tra pensione e retribuzione toccante, similmente; essa era mossa dalla   domanda di pregiudizialità sollevata dal Tribunale di Leeds –Regno Unito, in relazione alla parità di retribuzione fra lavoratori, sostenendo, per quanto qui ci occupa, ai punti seguenti che:

“26. Con la questione pregiudiziale, il giudice nazionale mira in sostanza ad accertare se tali differenze siano compatibili con l’art.119 del Tattato . Per risolvere tale questione, occorre chiedersi se le prestazioni trasferite e le prestazioni in capitale costituiscano delle retribuzioni ai sensi del suddetto articolo.

27. La Commissione sostiene che tale è il caso e che perciò ogni disparità di trattamento… sarebbe ammissibile soltanto se oggettivamente giustificata. Orbene, i dati statistici basati sulla durata media dei due sessi non costiperebbero una giustificazione oggettiva…mentre il diritto alla parità di trattamento, in materia di retribuzione è un diritto riconosciuto ai lavoratori subordinati…secondo la costante giurisprudenza della Corte, la nozione di retribuzione ai sensi del secondo comma dell’articolo 119 comprende tutti i vantaggi, in contanti o in natura, attuali o futuri, purchè siano pagati, sia pure indirettamente, dal datore di lavoro al lavoratore in ragione dell’impiego di quest’ultimo. E’ stato anche precisato che la circostanza che talune prestazioni siano corrisposte dopo la cessazione del rapporto di lavoro non esclude che esse possano avere carattere di retribuzione ai sensi dell’art.119(v. in particolare, sentenza Barber,”= 17 maggio 1990, causa C-262/88, Barber= “ punto 12 della motivazione)”.

Non resta che aspettare l’esito del sindacato della Corte delle Leggi, con l’auspicio che la primazia dei principii comunitari sul diritto interno, nel senso che uno Stato membro non può richiamarsi a situazioni del proprio ordinamento interno per giustificare l’inosservanza degli obblighi e dei termini stabiliti dalle direttive  comunitarie (CGCE 13-12-1991, causa 33/90), assicuri il recepimento della doglianza della pensionata in parola in ordine ai diritti invocati nel giudizio.

              AVV. CLAUDIO CATTANI.

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