Sindacato Europeo dei Lavoratori

a cura di Giuseppe Criseo

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Naspi, niente indennizzo se il rapporto è risolto in via consensuale
Martedì, 16 Agosto 2016 16:30
Scritto da Bruno Franzoni
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giovane disoccupato
Unica eccezione la risoluzione consensuale raggiunta nell’ambito di una procedura di conciliazione obbligatoria per le aziende che impiegano più di 15 dipendenti.
Come noto anche la NASpI, come l’Aspi in precedenza, spetta solo ai lavoratori che abbiano perso involontariamente la propria occupazione. E’ necessario cioè che l’evento che abbia determinato la cessazione del rapporto di lavoro in essere sia causato da una volontà esterna al lavoratore stesso, come ad esempio la scadenza naturale di un contratto a tempo determinato o il licenziamento del lavoratore. La necessaria involontarietà, riferita al lavoratore, comporta pertanto che rimangono escluse dalla disoccupazione le ipotesi in cui la conclusione del rapporto medesimo sia dovuta a dimissioni volontarie del prestatore di lavoro o a seguito di una risoluzione consensuale del rapporto di lavoro.
Questa la cornice generale. In merito alle ragioni di cessazione appena indicate ci sono alcune eccezioni che consentono comunque al prestatore di accedere al sostegno contro la disoccupazione. In un caso addirittura è la stessa legge che, in ordine ad uno specifico evento, attribuisce effetti di cessazione involontaria del rapporto di lavoro. L’articolo 55 del Dlgs 151/2001 stabilisce, infatti, che in caso di dimissioni presentate dalle lavoratrici madri nel periodo in cui vige il divieto del loro licenziamento (cioè da 300 giorni prima della data presunta del parto e fino al compimento del primo anno di vita del figlio) la lavoratrice ha diritto all’indennità previste dalla legge e dai contratti per il licenziamento. In sostanza, dunque, in questa ipotesi è la stessa legge che equipara le dimissioni della lavoratrice al licenziamento attribuendo, pertanto, il diritto alla corresponsione della tutela contro la disoccupazione alla madre dimissionaria.

Altre ipotesi sono state codificate dalla giurisprudenza e riguardano le cd. dimissioni per giusta causa cioè quelle cause di cessazione del rapporto dovute al venire ad esistenza di una condizione che impedisce lo svolgimento del rapporto di lavoro per fatti non addebitabili al lavoratore. Si tratta sostanzialmente di situazioni in cui il lavoratore è indotto a dimettersi per un comportamento dello stesso datore così grave da impedirne persino la provvisoria prosecuzione. Tali eventi sono equiparati ad uno stato di disoccupazione involontaria e, pertanto, consentono al lavoratore di percepire comunque la Naspi. Si pensi, ad esempio, al mancato pagamento della retribuzione, l’essere stato adibito a mansioni inferiori rispetto a quelle per le quali era stato assunto, l’aver subito mobbing o molestie sessuali nel luogo di lavoro, l’essere stato trasferito in un luogo molto distante dalla precedente sede lavorativa, il comportamento ingiurioso posto in essere dal superiore gerarchico (cfr Circolare Inps 163/2003).

Anche nelle ipotesi di risoluzione consensuale del rapporto di lavoro al prestatore non spetta la disoccupazione indennizzata. Tale regola generale tuttavia è derogata ove la risoluzione consensuale sia stata raggiunta nell’ambito di una procedura di conciliazione obbligatoria come prevista dall’articolo 7 della legge 604/1966. Come noto, qualora un datore di lavoro che occupa alle sue dipendenze più di 15 dipendenti decide di procedere ad uno o più licenziamenti per giustificato motivo oggettivo, è tenuto a darne una preventiva comunicazione alla DTL ed al lavoratore che si intende licenziare con indicazione delle ragioni del licenziamento. Ricevuta la comunicazione la DTL deve convocare le parti e tentare una conciliazione della questione. Ove tale procedura si concluda con una conciliazione tra le parti che prevede la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, il prestatore avrà diritto, anche se non disoccupato involontariamente, alla naspi.

Al di fuori di tale ipotesi l’indennità non può essere mai riconosciuta ancorchè la controversia sia stata ricomposta consensualmente in esito alla procedura di conciliazione facoltativa per le controversie di lavoro prevista dall’articolo 410 del codice di procedura civile. In sostanza la perdita involontaria del rapporto di lavoro non può essere riconosciuta nelle risoluzioni consensuali che coinvolgono le aziende dimensionate al di sotto dei quindici dipendenti oppure al di fuori del tentativo obbligatorio di conciliazione di cui all’articolo 7 della legge n. 604/1966. Tanto meno la disoccupazione indennizzata può essere concessa nei casi di risoluzione consensuale in esito ad un incentivo all’esodo, cioè ove il datore paga una somma di denaro al lavoratore per acquisire il suo consenso alla risoluzione del rapporto. In tale circostanza, pertanto, il lavoratore deve ponderare bene la convenienza dell’accettazione dell’incentivo all’esodo.

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